Facilis descensus Averni
E’ facile discendere nel Tartaro. E’ con questa famosa frase di Virgilio, che inizia il nostro percorso negli Inferi, visti secondo un’ottica greco-romana.
La concezione dell’Aldilà varia nel corso del tempo, in base all’autore di riferimento e, all’epoca storica presa in esame, cominciando da Omero per finire con Virgilio e Cicerone. Gli Inferi (chiamati anche Ade, Tartaro, Averno, Orco, Oltretomba) sono un luogo tetro e oscuro situato nelle viscere di Madre Terra e, del quale persino le divinità olimpiche hanno timore. In base alla Teogonia di Esiodo all’inizio v’era il Caos (abisso), dal quale nacquero Gaia, Tartaro, Eros, Notte ed Erebo. Questi erano considerati sia come elementi materiali sia, come personificazioni dei medesimi, ad esempio Gaia (o Gea) indicava sia la Terra sia la sua personificazione. Esiodo ci dà un’idea di quanto sia profondo il Tartaro con le seguenti parole: “ Tanto è profondo il Tartaro oscuro sotto la terra: / se un’incudine di bronzo cadesse dal cielo, dopo nove notti / e nove giorni, al decimo arriverebbe a terra / e così è profondo sotto la terra anche il Tartaro oscuro, / che se un’incudine di bronzo cadesse dalla terra, dopo nove notti / e nove giorni, al decimo arriverebbe al tartaro” (Esiodo Teogonia vv 721 ss).
Esistevano molti luoghi detti perlopiù Ploutonia o Caronia, che rappresentavano veri e propri canali di comunicazione tra i due mondi, luoghi connessi, generalmente, con fonti, profondi burroni o crepacci, caverne e specchi d’acqua.
Entrate per il regno dei morti erano situate nelle caverne presso il Tenaro, nella punta estrema della Laconia meridionale (Peloponneso), da dove, si diceva, Eracle riportò alla luce il cane Cerbero. Per Pausania, invece, Eracle e Cerbero sarebbero riemersi ad Ermione in Argolide, mentre Strabone aggiunge che in questo punto la discesa agli Inferi era particolarmente breve, tanto che gli abitanti del luogo non mettevano – com’era costume – l’obolo per il traghetto, in bocca ai loro defunti. Altri luoghi erano Efira presso il fiume Acheronte in Tresprozia (tra il golfo d’Ambracia e l’isola di Corcira), sede di un importante oracolo (1) dei morti (nekyomanteion), da dove secondo Pausania sarebbe entrato Orfeo per cercare Euridice. Altro luogo ancora, per entrare nel regno di Dite era situato nel luogo dove Plutone sarebbe emerso per rapire Persefone. I posti indicati per il celebre ratto furono molti, a cominciare da Eleusi, cittadina poco lontana da Atene in Attica, le caverne di Colono presso Atene, Enna in Sicilia, Cillene in Arcadia. Un altro ingresso, per la precisione quello usato da Ulisse per la sua catabasi, (2) era il Paese dei Cimmeri, situato all’estremo confine occidentale della terra, nel quale, si dice, non sorga mai il sole. Anche i romani conoscevano vari luoghi d’accesso per l’oltretomba, il più famoso era situato nei pressi dell’Averno, un piccolo lago della Campania nei Campi Flegrei, nelle vicinanze di Cuma, posto precisamente, dentro il cratere spento di un antico vulcano. Successivamente il nome Averno (formato da a=particella privativa e ornis=uccello, in sostanza significa privo d’uccelli) indicò l’intero regno delle anime. Anche nelle vicinanze di Roma vi era un ingresso. E’ da qui che Seneca fa scendere l’imperatore Claudio negli Inferi (Apocolocynthosis 11:1). Cicerone, ricorda un Plutonium, anche in Irpinia ad Ampsancto (De divinatione 1:79).
La versione omerica degli Inferi
E’ attraverso l’Odissea che veniamo a conoscenza dell’idea omerica dell’Oltretomba. Omero, infatti, vedeva l’Ade come un luogo ove dimoravano le anime dei defunti sotto forma d’ombre incorporee che mantenevano, però, le sembianze e i ricordi del tempo in cui erano vivi, benché non fossero pienamente coscienti, lo divenivano dopo aver bevuto il sangue dei sacrifici loro offerti dai viventi. Omero ci da una descrizione fugace della struttura dell’Ade, poiché Ulisse rimane all’entrata, accenna solamente a ciò che riesce a scorgere, ossia Orione il cacciatore, la reggia di Plutone e Persefone, Minosse, la Prateria degli Asfodeli e, le pene d’alcuni dannati. Tutti i defunti risiedevano nella Prateria degli Asfodeli (Asphodelos, parola greca derivante da a=particella privativa, sphodos=cenere, elos=valle, in altre parole valle di ciò che non è stato ridotto in cenere, ossia quello che rimaneva dopo la cremazione, le ombre appunto. Ricordiamo che era in uso nella Grecia arcaica, la pratica della cremazione, vedi ad esempio i funerali di Patroclo ed Ettore descritti da Omero nell’Iliade.). Qui le anime trascorrevano l’eternità in un tedio senza fine, infatti, era codesto un luogo monotono, senza gioie e senza dolori privo della luce del sole (una sorta di Limbo). Persino Achille si lamenta della sua sorte, sostenendo, nel suo dialogo con Ulisse nel XI libro dell’Odissea: ” Ma, o forte Achille, uomo più beato di te non ci fu, né mai ci sarà. Da vivo, come un dio, ti onoravamo ed ora tu regni sopra i defunti. Come puoi lamentarti di essere morto?” chiede meravigliato Ulisse ad Achille. “ Non consolarmi della morte” replica Achille: “ Preferirei piuttosto fare il servo di un bifolco che campasse giorno per giorno di uno scarso e misero cibo, piuttosto che essere sovrano nel regno dei defunti”.
Soltanto coloro i quali in vita avevano osato sfidare gli dei, subivano una dura ed eterna condanna nel Tartaro. Tra gli “ ospiti” famosi di codesto luogo citiamo i Titani, Sisifo, le Danaidi, Issione, Tantalo e Tizio. Omero, insomma non distingue tra buoni e cattivi, una volta che si abbandona la vita, la sorte assegna ad ogni anima il soggiorno nella Prateria degli Asfodeli.
La versione postomerica degli Inferi
Dopo Omero, altri autori raccontarono nei loro scritti l’Aldilà, tra questi citiamo Platone che né da un’interessante descrizione nel mito di Er, racconto che è possibile leggere nel libro X della sua più famosa opera, la “Repubblica”. Sempre Platone, nel “Fedone”, sostiene che nel fiume Cocito siano immersi i peccatori comuni, mentre dal Flegetonte deriverebbero le lave vulcaniche.
Successivamente all’idea omerica sull’esistenza oltremondana, si formò la concezione di premi e punizioni per i trapassati in conformità ai comportamenti tenuti durante la loro vita. Su questo principio in particolare insistettero i seguaci di una corrente mistica e ascetica sorta intorno al VI secolo a.C. chiamata Orfismo. In base ai nuovi concetti, i defunti erano giudicati da un tribunale formato da Eaco Radamante e Minosse. I giusti accedevano ai Campi Elisi (o Elisio), i cattivi finivano nel Tartaro e i così così nella Prateria degli Asfodeli.
Cerchiamo ora di ricostruire il cammino delle anime dopo il loro trapasso. Il viaggio nell’Ade, iniziava, quando una delle tre Parche(3), precisamente Atropo, recideva il filo della vita. A trasportare lo spirito del defunto all’ingresso degli Inferi potevano essere varie divinità; Hypnos e Thanatos (il sonno e la morte), figli della nera Notte, i quali, prelevavano l’anima del guerriero morto sul campo di battaglia e lo trasportavano all’ingresso dell’orrido Orco; anche il dio Ermes ha codesta funzione; con il nome di Ermes psicopompo ( psicopompo=accompagnatore delle anime) trasportava, munito di caduceo, i trapassati; a condurre i defunti all’ingresso del Tartaro erano preposte anche le Arpie.(4)
Una volta giunti alle soglie del doloroso regno, reame circondato da mura di ferro con portali dello stesso materiale, accompagnati da un’immortale, i defunti erano consegnati a Caronte. Del “tristo nocchiero” abbiamo due descrizioni particolarmente suggestive, la prima appartiene a Virgilio, la seconda a Dante. Virgilio descrive nel libro VI dell’Eneide, il viaggio di Enea agli Inferi e l’incontro con Caronte, con le seguenti parole: “ Un orribile traghettatore fa da guardiano a queste acque e a questo fiume, Caronte: una lunga barba bianca e incolta scende dal mento; i suoi occhi son fiamme immobili; un sordido pezzo di stoffa gli pende dalla spalla. Da solo spinge la barca color del ferro, traghetta le ombre; vecchio già, ma della verde vecchiaia di un dio”. Altrettanto affascinante è la descrizione che ne fa Dante Alighieri nel III canto dell’Inferno, nella Divina Commedia: “ Ed ecco verso noi venire per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: “ guai a voi anime prave(5)! Non isperate mai veder lo cielo…Quinci fuor quete le lanose gote al nocchirer de la livida palude, che’ntorno a li occhi avea di fiamme rote”.
Varcato il fiume Stige (secondo alcuni mitografi, secondo altri il fiume Acheronte), grazie a Caronte che li trasportava sull’altra sponda al prezzo di un obolo(6), e giunti sulla riva opposta, i defunti, percorrevano un lungo viale, attraversavano un boschetto di Pioppi e Salici e arrivavano davanti una gigantesca porta dalla quale tutti dovevano passare (era questa, infatti, l’ingresso alla città di Dite). A sorvegliare l’ingresso vi era un’orrida bestia, un grosso e mostruoso canide chiamato Cerbero. Il compito del mitologico animale con tre teste era impedire ai vivi di entrare nel regno dei morti e a questi ultimi di uscirne. Il trapassato era quindi sottoposto a giudizio dei tre giudici infernali: Eaco, Radamanto e Minosse. Costoro stavano su un incrocio di tre strade, da qui giudicavano ed indirizzavano le anime verso la loro destinazione finale, ossia verso una delle tre aree che formavano l’Ade. La leggenda racconta che il compito di Eaco, custode delle chiavi, era giudicare le anime di provenienza europea, a Radamanto toccava dare il suo giudizio alle anime di provenienza asiatica e a Minosse spettavano i casi più difficili. In base al giudizio di Minosse e soci, l’anima del defunto veniva inviata:
1) nella Prateria degli Asfodeli, luogo ove risiedevano gli ignavi, coloro che in vita non erano stati né rei né virtuosi, condannati a vagare in un luogo tedioso, monotono e tetro.
2) il Tartaro, destinato agli empi, in altre parole a coloro i quali si erano macchiati nella vita di colpe verso gli dei o verso i propri simili. Il tartaro è immerso nel buio, rischiarato soltanto dalle vampe di fuoco del fiume Flegetonte (o Piriflegetonte) che ivi scorre. I dannati sono condannati alle pene più svariate.
3) nei Campi Elisi (o Elisio), noti anche come Isole dei Beati(7), risiedevano i giusti, i virtuosi, i saggi e gli eroi, quivi essi vivevano sereni, in luoghi pieni di luce e di fiori, facendo ciò che nella vita più li aveva deliziati. Ad allietare il soggiorno dei defunti vi erano canti, danze e banchetti. Il fiume Lete (l’oblio) scorre nell’Elisio. I Campi Elisi sono il luogo di residenza di Thanatos (il demone della morte) ed Hypnos (il sonno), essi abitano in una grande casa, insieme ai loro figli, i Sogni. Questa casa possiede due grandi porte la prima fatta d’Avorio, da dove escono i sogni falsi e ingannevoli, la seconda fatta di Corno, dalla quale escono i sogni premonitori.
In epoca ellenistica, la credenza tradizionale nell’Ade andò man mano scemando, sostituita da atteggiamenti scettici (accademici), dall’affermazione della mortalità dell’anima (epicurei) o di una limitata sopravvivenza delle anime dei saggi (stoici) e, in generale, come testimoniano le steli funerarie pervenuteci, da un’esplicita negazione d’ogni vita futura o dalla vaga speranza che il defunto fosse passato ad una vita migliore.
Virgilio e l’Oltretomba
Vediamo ora quale sorte attendeva gli uomini dopo il loro trapasso secondo l’idea romana dell’Aldilà. Per fare ciò volgeremo il nostro sguardo verso due grandi autori latini, Virgilio e Cicerone. Iniziamo con Virgilio. Nel suo libro più famoso l’Eneide, Virgilio descrive la discesa negli Inferi del protagonista Enea (codesta catabasi è descritta nel libro VI dell’Eneide). Per entrare nell’Averno, Enea si avvale della guida e dei consigli della Sibilla Cumana. Via d’accesso per l’Ade è l’Averno, luogo assai inquietante, situato presso Cuma in Campania. Iniziata la catabasi, la prima cosa che l’eroe vede è il Vestibolo Infernale, quivi sono poste le personificazioni dei mali dell’uomo (il Lutto, gli Affanni, la Paura, la Miseria, le Malattie, la Vecchiaia, la Fame, il Dolore, la Morte, i Piaceri, la Guerra, il Sonno, la Discordia). Proseguendo nel cammino Enea vede un ombroso olmo, sotto le cui foglie sono attaccati i fallaci sogni ed alcuni mostri quali: i Centauri, le Scille, le Gorgoni, la Chimera, le Arpie, l’Idra di Lerna, essendo queste soltanto delle ombre non sono un pericolo per il nostro virgiliano viaggiatore. Lasciato il vestibolo, Enea e la Sibilla arrivano quindi presso l’Acheronte, quivi il nocchiero Caronte, dapprima si rifiuta di trasportarli sull’altra sponda, poi vi è costretto, dopo che gli viene mostrato il ramo d’oro per la regina degli Inferi Proserpina. All’ingresso del regno dei morti, è posto a guardia Cerbero, il temibile animale è addormentato dalla Sibilla con alcune focacce soporifere. Nei pressi dell’entrata alla città di Dite, vi è una sorta di preinferno, quivi risiedono le anime di coloro i quali son morti prima del loro tempo, codeste sono le anime dei bambini e dei condannati a morte ingiustamente. Prima dell’ingresso agli Inferi ci sono i Campi del Pianto. Formati da una selva di piante di mirto, nascondono le anime dei suicidi per amore, tra gli ospiti del “lacrimoso” luogo, Enea vede Fedra, Procri, Erifile, Laodamia, Pasife, Ceneo, Evadne e la punica regina Didone, tormentata anch’ella come gli altri, dai suoi ricordi e affanni.
Al termine dei Campi del Pianto, risiedono le anime di coloro che sono morti in guerra, le cui ombre portano ancora le ferite della battaglia. Oltrepassati i Campi del Pianto, Enea arriva ad un bivio, davanti a lui si svolgono due strade, la via posta a destra, porta verso la reggia di Plutone e Proserpina ed è la via da seguire per giungere all’Elisio, la strada a sinistra, invede, conduce al tenebroso Tartaro. Enea volge il suo sguardo a sinistra e vede disposta sotto un’alta rupe, una città con tre gironi di mura circondata dal fiume Flegetonte, vede poi una porta, con la soglia, le colonne e i pilastri fatti di diamante, che nemmeno gli dei posssono forzare ed infine una torre fatta di ferro, guardiana dell’entrata è Tisifone. Era codesta città, la sede del giudice infernale Radamanto, il quale stabiliva le varie ed eterne pene a cui i dannati sarebbero stati sottoposti, mentre alle Furie spettava l’esecuzione della pena. Le anime dopo il giudizio di Radamanto, finivano nel Tartaro. Era questa una voragine profonda due volte la distanza tra cielo e terra, in questo luogo sono rinchiusi i Titani, e puniti i vari mortali che si macchiarono dei più orrendi crimini contro gli uomini e gli dei. Nel Tartaro sono puniti i traditori, i truffatori, i violenti, gli adulteri, i ricchi ed avari. Qui risiedono perennemente Issione, Tantalo e Sisifo, Salmoneo e gli Aloidi.
A destra il nostro viaggiatore ultramondano, vede la reggia di Plutone, le cui mura sono costruite dai Ciclopi. Enea offre il ramo d’oro alla regina degli Inferi Proserpina e prosegue verso l’Elisio. I Campi Elisi, sono la residenza delle persone meritevoli, quivi soggiornano artisti, eroi di guerra, profeti. Fu Platone che, per primo immaginò l’Elisio dotato di un sole proprio e, così fa Virgilio, per il quale i Campi Elisi sono dotati di un proprio sole e proprie stelle ed avvolti in una luce purpurea. In questo luogo ne piove ne nevica, soffia perennemente il lieto Zefiro (vento), quivi la vita scorre serena e i residenti sono impegnati nelle loro attività preferite. Da un odoroso boschetto d’alloro scorre il fiume Eridano (Po), giungendo sin sulla terra. In una valle appartata scorre il fiume Lete, del quale le anime che debbono reincarnarsi sulla terra, bevono le acque (per reincarnarsi in un nuovo corpo sulla terra, le anime devono dimenticare il tempo trascorso nell’Aldilà).Dopo aver riabbracciato il padre Anchise, ad Enea viene spiegata la teoria della metempsicosi. "Innanzi tutto uno spirito vivifica dentro il cielo e le terre e le liquide distese e il globo luminoso della luna e l'astro Titanio (il Sole) e un'anima diffusa per tutte le parti del mondo muove la massa terrestre e si mescola al grande corpo. Di qui ha origine la stirpe degli uomini e degli animali e le vite degli uccelli e i mostri che il mare produce sotto la distesa marmorea delle acque. Questi semi (ogni essere vivente è un seme, cioè una particella staccata dall'essere universale) hanno un'energia ignea e un'origine celeste finché corpi nocivi non li rendono lenti e non li rendono ottusi gli organi terreni e le membra mortali. Per questo temono e bramano, si dolgono e godono e, chiuse le anime dalle tenebre e nell'oscuro carcere corporeo, non scorgono il cielo. Anzi, quando la vita nell'estremo giorno le ha lasciate, ogni male e tutte le malattie del corpo non si allontanano completamente dalle meschine anime, ma è destino che molti vizi, a lungo induritisi, attecchiscano profondamente in strani modi. Per questo sono gravate dalle pene e pagano le pene di antiche colpe. Alcune sospese sono distese ai venti leggeri, per altre il delitto commesso è lavato sotto un vasto gorgo ed è bruciato dal fuoco; ognuno soffre i suoi Mani; in seguito siamo mandati nel vasto Eliso e pochi occupiamo i lieti campi, finché un lungo giorno, compiuto il grande ciclo del tempo, cancella la macchia contratta e lascia puro lo spirito celeste e il fuoco della luce purificata. Tutte queste anime, quando per mille anni avrà finito di girare la ruota, il dio chiama al fiume Letè in grande schiera, s'intende affinché immemori rivedano le volte celesti e comincino a desiderare di voler tornare di nuovo nei corpi." Per uscire poi dall’Averno, vi sono le Porte del Sonno; dalla porta fatta di Corno escono le vere ombre dei defunti, per manifestarsi ai propri cari e trasmettere i sogni veritieri, l’altra porta è fatta d’Avorio e destinata ai sogni fallaci ed ai viventi. Enea uscito finalmente dagli Inferi, con ritrovato coraggio si avvia verso le sue navi e il glorioso futuro che l’attende.
Concludiamo il nostro fugace escursus nell’inviso regno infero, con la visione iperurania di Cicerone. Il tema della vita oltre la morte è affrontato da Cicerone nella sua opera “De Repubblica”, precisamente nel sesto libro, del cui testo è pervenuta (malauguratamente) sino a noi soltanto la parte finale, il cui titolo è “Sogno di Scipione”. Protagonista del testo è Scipione l’Emiliano, il cui avo Scipione l’Africano, si rivela al discendente in sogno e gli svela la sorte delle anime dopo il trapasso. Il luogo di residenza delle anime virtuose è per Cicerone, la Via Lattea. Quivi le anime possono contemplare l’universo e vedere quanto sia piccina la terra. Per stimolare maggiormente Scipione l’Emiliano, il suo avo sostiene che a chi s’impegna in politica e compie il proprio dovere nei confronti della patria è assicurato un posto in cielo, dove i beati godono di vita eterna. Questo perché ciò che è più caro alla divinità che regge tutto l’universo, sono le associazioni d’uomini, unite sulla base del diritto. Riferendosi poi ai trapassati, Cicerone, sostiene che sono loro i veri viventi, poiché non sono imprigionati dal corpo materiale, mentre ciò che è chiamata vita è in realtà una morte. Aggiunge, inoltre che, gli uomini sono stati generati col preciso compito di custodire la terra. Cicerone, sostiene anche, l’immortalità dell’anima, affermando che solo il corpo è mortale, non la mente, che rappresenta il nostro vero essere. Consiglia perciò di esercitare la mente nelle attività più nobili, le quali riguardano, secondo Cicerone, il bene della patria. Per quanto riguarda la sorte degli uomini che hanno ceduto alla voluttà del corpo e alle passioni terrene, le loro anime, si aggireranno in volo intorno alla terra e, non potranno accedere alla dimora celeste, se non dopo molto tempo. Per concludere questo “periglioso” viaggio nel mondo ultraterreno, prenderò in prestito le parole di Lucrezio, tratte dal libro III della sua opera “De rerum natura”, nel quale così descrive l’Ade: “In realtà quei supplizi tutti che dicon vi siano nel fondo dell'Acheronte, noi li abbiam qui nella vita. Ma v'è il terror delle pene qui nella vita, maggiore quanto maggiore è la colpa, ed il castigo del fallo, il bagno, e l'orrido lancio giù dalla rupe, le verghe, la pece, il boia, le torce, il cavalletto, le piastre: e s'anco mancano, l'animo, conscio dei falli, in anticipo applica a sè quei tormenti, si strazia con i rimorsi, né scorge intanto qual termine possano avere i suoi mali, né quale fine, alla fine, avranno le sofferenze, e teme ch'esse si debbano far, con la morte, più gravi: così la vita diventa qui, per gli stolti, un inferno.”
Nota: (1) oracolo che sarebbe rimasto in attività, sino alla conquista della Grecia operata dai romani nel 176 a.C. e ricordato anche da Erodoto.
Nota: (2) catabasi vuol dire discesa
Nota: (3) le Parche erano divinità primordiali, sovrintendevano allo scorrere della vita umana. Erano Cloto Lachesi e Atropo. Una tesseva il filo della vita, un’alta svolgeva codesto filo ed infine l’ultima lo tagliava.
Nota: (4) anime prave=anime malvagie
Nota: (5) le Arpie erano tre Celeno, Ocipete e Aello, rappresentavano la morte violenta e trasportavano in volo i defunti nell’Aldilà.
Nota: (6) altrimenti le anime dei defunti avrebbero vagato senza pace sulle rive dello Stige, per 100 anni secondo alcuni, per l’eternità secondo altri. Per questo motivo, era uso seppellire, presso i greci, i defunti con in bocca, sotto la lingua, una moneta di bronzo.
Nota: (7) per alcuni le isole dei beati sono un luogo destinato a coloro i quali nacquero tre volte e, per tutte le tre volte vissero in modo virtuoso.
Testi consigliati
Omero, Odissea, Iliade
Esiodo, Teogonia
Virgilio, Eneide
Lucrezio, De rerum natura
Platone, La repubblica, Fedone
Ovidio, Metamorfosi
Cicerone, De repubblica
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